Coral Bleaching: come il cambiamento climatico sta desertificando i fondali marini - Facta
TOP

Coral Bleaching: come il cambiamento climatico sta desertificando i fondali marini

Di Irene Sartori Di Borgoricco

 Se in questo momento aprissimo un qualsiasi motore di ricerca e scrivessimo le parole chiave “conseguenze cambiamento climatico”, i principali risultati che probabilmente comparirebbero sarebbero i seguenti: temperature più elevate, perdita di biodiversità, innalzamento e riscaldamento degli oceani. Tutte queste situazioni catastrofiche combinate sono la causa di un fenomeno noto come coral bleaching, ovvero lo sbiancamento delle barriere coralline.

L’interesse della comunità scientifica verso lo sbiancamento dei coralli iniziò nel 1984, quando il biologo marino Peter W. Glynn osservò per la prima volta un massiccio evento di sbiancamento tra i coralli dell’Oceano Pacifico, ovvero l’effettiva perdita di colore causata dalla moria degli organismi che li abitano. Negli anni, eventi simili si verificarono anche nell’Oceano Indiano e nel Mar dei Caraibi, coinvolgendo di fatto le barriere coralline di tutto il mondo. 

Se non ne hai mai sentito parlare non devi preoccuparti, è normale. Difatti, spesso lo sbiancamento dei coralli passa in secondo piano rispetto ad altre situazioni in cui gli effetti disastrosi del cambiamento climatico sono molto più evidenti. Vediamo insieme di cosa si tratta.

Barriera corallina sbiancata. Photo credits: Un grande evento di sbiancamento di coralli avvenuto nella Grande Barriera Corallina in Australia. Oregon State University, CC BY-SA 2.0, via Wikimedia Commons

Le barriere coralline
Per comprendere meglio questo fenomeno è utile capire cosa sono e da cosa sono costituite le barriere coralline.

Le barriere coralline sono delle formazioni rocciose sottomarine e ospitano una biodiversità unica al mondo. Sono abitate principalmente da coralli, sclerattinie e madrepore, animali parenti delle meduse e appartenenti al grande gruppo (o phylum) degli Cnidaria. I coralli, a seconda delle specie, possono essere organismi solitari oppure vivere in colonie di individui tutti identici tra loro, che sopravvivono grazie a degli scambi reciproci di nutrienti, andando a formare una sorta di “super organismo”. A prescindere dal loro stile di vita, comunque, i singoli individui di coralli vengono chiamati polipi (si, esatto, questi si chiamano polipi mentre gli altri animali con otto tentacoli si chiamano polpi o piovre: si fa sempre confusione). 

Le barriere coralline sono composte da substrati di calcare che sono il risultato della deposizione di sostanze minerali da parte dei polipi. Questi organismi infatti depositano una quantità tale di sostanze calcaree da costruirsi un vero e proprio esoscheletro (ovvero uno scheletro esterno) che rende questi animali marini “sessili”, cioè perennemente ancorati al suolo. Nel momento in cui tanti polipi cominciano questo processo di sedimentazione, i vari esoscheletri possono unirsi fra loro andando a formare delle colonie. 

I coralli sopravvivono grazie a un rapporto di simbiosi, ovvero un’interazione stretta e permanente tra organismi di specie differenti, in questo caso tra polipi corallini e specie ospiti che vivono al loro interno. Questi ospiti sono in grado di attuare la fotosintesi, ovvero riescono a produrre sostanze nutritive grazie alla luce che filtra all’interno dell’acqua. I coralli proteggono gli ospiti grazie ai loro scheletri calcarei, in cambio gli ospiti ripagano fornendo loro le sostanze nutritive di cui hanno bisogno.

Le barriere coralline offrono numerosi servizi per la salute del nostro pianeta. Ad esempio, la loro conformazione le rende uno scudo fisico contro l’erosione delle coste a causa delle maree, oppure contribuiscono alla regolazione del clima, assorbendo l’anidride carbonica disciolta nelle acque, mitigando la loro acidificazione. Inoltre ospitano circa il 25 per cento di tutte le specie marine e forniscono circa 2,7 mila miliardi di dollari all’anno in beni e servizi che vengono sfruttati dall’uomo in attività come turismo e pesca. Proteggono e assicurano il benessere delle coste e forniscono un sostegno alimentare ed economico a centinaia di migliaia di persone. Tra i servizi ecosistemici che offrono le barriere coralline c’è la protezione delle aree costiere dalla potenza delle onde che colpiscono la costa, grazie al fatto di costituire, come suggerisce il nome, una barriera fisica. Inoltre costituiscono l’habitat di specie che spesso vengono utilizzate nell’alimentazione di più di 500 milioni di persone in tutto il mondo come pesci, molluschi, ricci di mare. Infine, proteggono le foreste di mangrovie e le praterie di alghe che sono la principale risorsa per gli animali marini delle zone tropicali.

Tuttavia, dagli anni Ottanta le barriere coralline sono gravemente colpite dagli effetti dell’aumento delle temperature atmosferiche e degli oceani, dell’acidificazione delle acque e della sovrappesca. Uno degli effetti più evidenti dell’impatto negativo delle attività umane su questi ecosistemi è appunto il fenomeno del coral bleaching.

L’attenzione mediatica e dell’opinione pubblica, però, si è affacciata al problema solo agli inizi degli anni 2000, in occasione del più grande evento di sbiancamento del Mar dei Caraibi orientale, e il più recente sbiancamento della Grande Barriera australiana del 2016. Grazie a un database creato da dei ricercatori della British Columbia University nel 2017, in cui sono state raccolte le quantità (in termini di chilometri quadrati) e le specie perse a causa del fenomeno di bleaching, si è scoperto che  le zone caraibiche e australiane sono di fatto quelle maggiormente colpite dallo sbiancamento, con circa 20 mila chilometri quadrati di superficie interessata nel periodo 1985-2010. Seguono le barriere del Sud Est asiatico e dell’Oceano Indiano occidentale, rispettivamente con 8 e 6 mila chilometri quadrati di superficie soggetta a sbiancamento.

Cambiamento climatico e coral bleaching
Una delle conseguenze del surriscaldamento del clima, dovuto principalmente alle emissioni di gas a effetto serra, è l’aumento delle temperature delle acque oceaniche. Le temperature in crescita costituiscono un fattore di stress importante per la vita degli ecosistemi marini, inclusi quelli delle barriere coralline. Quando i coralli sono “stressati” dal calore o dall’inquinamento, reagiscono espellendo le specie ospite che si trovano all’interno dei loro tessuti. Quando si rompe la simbiosi tra ospiti e i polipi corallini, si ha lo sbiancamento propriamente detto. Non è ancora chiaro  cosa succede dopo la rottura del rapporto simbiotico, se sia cioè il polipo a espellere l’ospite o se sia l’ospite ad abbandonare  il polipo.

Le varie fasi dello sbiancamento dei coralli. Photo credits: National Ocean Service

A prescindere dal meccanismo, la rottura della simbiosi si manifesta comunque con la perdita di pigmentazione dei coralli (da cui appunto sbiancamento). Il colore dei coralli è infatti dovuto, nella maggior parte dei casi, proprio ai pigmenti fotosintetici presenti in specifiche cellule degli organismi ospiti (cellule capaci di assumere diverse colorazioni in base alla lunghezza d’onda della luce che le colpisce). Difatti i tessuti del corallo hanno una colorazione molto tenue, quasi trasparente, perciò , una volta che gli ospiti hanno lasciato l’animale, i polipi non possono che lasciar trasparire il bianco candido del loro scheletro sottostante.

Successivamente al coral bleaching, si può verificare la morte del corallo: dopo l’espulsione, infatti, la maggior parte dei coralli muore di fame, perché manca il fornitore principale di energia. La moria degli organismi corallini riduce così i coralli a scheletri calcarei senza vita.

Il dato che emerge dal report intitolato “Status of coral reefs of the world: 2020” (in italiano, “Stato delle barriere coralline nel mondo: 2020”) prodotto dal Global Coral Reef Monitoring Network (GCRMN, un comitato scientifico internazione) è molto preoccupante: abbiamo perso negli ultimi dieci anni circa 12mila chilometri quadrati di corallo, l’equivalente di più di tutta la barriera corallina australiana. L’enorme lavoro fatto per concludere questo report, che dura da circa quarant’anni, ha visto impegnati trecento scienziati che hanno raccolto quasi due milioni di dati, osservando coralli in più di 12mila siti sparsi per 73 Paesi. Le analisi si sono basate sulla copertura dei coralli vivi, che indica lo stato di salute della barriera.

Il bleaching non ha effetto solo sulle specie che abitano i coralli, ma si ripercuote anche sulle altre componenti degli ecosistemi di barriera. Durante le primissime fasi successive allo sbiancamento si è registrato un aumento della mortalità delle specie animali che vivono direttamente a contatto con le colonie di coralli (la cosiddetta epifauna corallina): questo fenomeno sembra interessare maggiormente alcuni crostacei, i quali si nutrono del materiale organico e dei microrganismi presenti sulla superficie dei polipi.

Lo stesso aumento di mortalità, ma in momenti più tardivi, è stato poi registrato anche nei pesci che si nutrono di coralli (pesci corallivori), come quelli appartenenti alle famiglie Gobiidae (ad esempio i ghiozzi), Pomacentridae (le castagnole) e Chaetodontidae (pesci angelo e pesci farfalla).

Infine, ma non meno importante, lo sbiancamento dei coralli ha conseguenze anche sulle nostre società. Le barriere coralline svolgono un ruolo economico significativo per l’umanità. In primo luogo, sono fondamentali per l’industria della pesca, fornendo habitat essenziali per numerose specie marine di interesse commerciale. Queste risorse ittiche rappresentano una fonte di sostentamento per molte comunità costiere, contribuendo all’economia locale. Inoltre, le barriere coralline attirano il turismo, generando entrate attraverso attività come lo snorkeling e l’immersione subacquea. Il loro valore intrinseco nella protezione delle coste dai fenomeni meteorologici estremi è dunque essenziale anche sotto un punto di vista strettamente economico, in quanto collaborano nella salvaguardia delle infrastrutture costiere e delle attività economiche nelle regioni circostanti. Pertanto, preservare le barriere coralline non solo conserva la biodiversità, ma contribuisce anche al benessere economico delle comunità dipendenti da questi ecosistemi.

I possibili rimedi
Secondo l’Organizzazione non governativa internazionale Unione mondiale per la conservazione della natura (IUCN), se non verranno adottate serie misure per combattere la crisi climatica e l’acidificazione degli oceani, entro trent’anni scompariranno tutte le barriere coralline esistenti. 

Ma c’è un modo per preservare e risanare le barriere coralline? Una barriera corallina sana, dove i polipi corallini non sono ancora morti, può riprendersi dallo sbiancamento con il tempo e le giuste condizioni. In media, le barriere coralline impiegano circa un decennio per recuperare un buon stato di salute e di crescita. 

L’Istituto Oceanografico del Principato di Monaco ha individuato alcune soluzioni da mettere in atto il più velocemente possibile. Sono soluzioni che non possono riguardare solamente poche decine di persone, ma è necessaria una presa di coscienza da parte della popolazione globale per quanto riguarda le conseguenze del cambiamento climatico.

La prima soluzione che viene proposta può sembrare ovvia, ma molto difficile da attuare: contrastare il surriscaldamento dell’atmosfera. È  indispensabile diminuire drasticamente la quantità di emissioni per evitare non solo che l’atmosfera si riscaldi sempre di più, e con essa gli oceani, ma soprattutto per diminuire la quota di CO2 presente in atmosfera, la quale ha un ruolo fondamentale nel processo di acidificazione delle acque. 

Dopodiché si può pensare alla seconda soluzione, ovvero contrastare l’inquinamento marino in tutte le sue forme, fisico o chimico che sia. L’urbanizzazione spinta delle coste, le attività commerciali dei lidi e la noncuranza umana, insieme alle grandi imbarcazioni, sono le fonti principali di inquinamento. In questo caso sarebbe necessario l’intervento dei governi locali i quali dovrebbero proporre normative atte a proteggere la biodiversità autoctona. 

Restando sempre in tema normative, un’altra soluzione proposta dai ricercatori è quella di promuovere un’economia “blu”, ovvero un’economia che valorizzi (anziché sfruttare e danneggiare) il mare, in cui le attività sportive e ricreative vengono gestite da enti rispettosi della vita marina e dei suoi ritmi e vengono istituite aree protette, in cui le pratiche agricole sono responsabili e a tutela dell’ambiente. 

Nel caso in cui si riuscisse ad eseguire un controllo capillare di questo modello economico “blu”, si potrebbe, infine, pensare a una sorta di “banca del corallo”: proprio come per i semi delle piante. Questa avrebbe l’obiettivo di preservare i ceppi e di reimpiantarli nelle aree devastate. In questo modo sarebbe possibile studiare la resistenza delle specie al calore e selezionare le varietà più forti, aumentando le possibilità di conservazione.

Ti è piaciuto l'articolo?

Comments (2)

  • Gabriella Favero

    Bellissimo articolo, esaustivo e brillante. Linguaggio scorrevole e semplice per essere compreso da tutti, ma allo stesso tempo rigoroso quando necessario. Complimenti!

    reply
    • Facta

      Grazie a te dei complimenti, li riporterò all’autrice!

      reply

Lascia un commento

× WhatsApp