TOP

Sì, gli esperti «scelti dal governo» hanno un H-index relativamente basso, ma ciò non intacca necessariamente la loro autorevolezza

Giovedì 21 maggio la redazione di Facta ha ricevuto via WhatsApp una segnalazione che chiedeva di verificare una notizia, circolata sull’app di messaggistica istantanea, dal titolo: «Gli esperti scelti dal governo? Ultimi nella classifica mondiale della comunità scientifica».

L’articolo in questione è stato pubblicato il 2 maggio 2020 dal sito web business.it e riprende la tesi formulata dal giornalista Franco Bechis in un altro articolo, pubblicato il 1 maggio 2020 su Il Tempo e titolato «Burioni, Pregliasco e Brusaferro. Gli esperti più scarsi del mondo».

La tesi di entrambi gli articoli si basa su un criterio chiamato H-index, un parametro utilizzato dal database di letteratura peer-reviewed Scopus, che Bechis descrive erroneamente come «un punteggio» che valuta «il prestigio e l’attendibilità di tutti gli scienziati». Secondo Bechis, «i virologi che hanno imposto la chiusura dell’Italia» avrebbero un H-index – che ha una numerazione da 1 ad infinito – molto basso (33 per l’epidemiologo Pier Luigi Lopalco, 40 per il consulente del ministero della Salute Walter Ricciardi, 22 per il presidente dell’Istituto superiore di sanità Silvio Brusaferro, 26 per Roberto Burioni), soprattutto se confrontato con «il punteggio più alto al mondo», quello del consulente scientifico della Casa Bianca Anthony Fauci (174).

I numeri riportati negli articoli di Business e Il Tempo sono corretti ma per essere compresi hanno bisogno di contesto.

L’H-Index (o Indice H) è un parametro ideato dal fisico Jorge Hirsch e si basa sul numero di pubblicazioni scientifiche di un autore in ambito accademico e dal numero di volte che quella pubblicazione è stata citata in altri lavori. Un H-index di 1 richiederà una pubblicazione e una sola citazione, mentre per ottenere un punteggio di 2 sarà necessario pubblicare due lavori e il secondo dovrà essere menzionato almeno due volte.

Non si tratta di un criterio di valutazione, ma di un indice utile a comprendere l’impatto di un ricercatore sulla comunità scientifica. Tale indice, inoltre, risente di numerosi problemi strutturali, dal momento che tiene conto anche delle autocitazioni (quindi lo stesso autore può citare se stesso in lavori diversi), delle apparizioni in veste di co-autore (metodo spesso utilizzato per aumentare l’indice H, pur dando un contributo marginale alla ricerca) e delle citazioni negative. Un articolo, infatti, può essere citato per essere confutato e per questo l’h-index di Andrew Wakefield (autore della ricerca sulla correlazione tra vaccini e autismo nel 1998, poi ritirata dal Lancet) è di 45, mentre quello di Enrico Fermi è di 28.

L’h-index, insomma, non misura l’autorevolezza di uno scienziato, né le conoscenze possedute in un determinato campo, ma la sua prolificità e l’impatto che (nel bene o nel male) ha avuto sulla comunità scientifica di riferimento. Per questo motivo, pur partendo da dati corretti, l’affermazione di Franco Bechis secondo cui quelli italiani sarebbero «gli esperti più scarsi del mondo» è sostanzialmente inesatta.

Ti è piaciuto l'articolo?

Comments (1)

  • Lorenzo

    Ma vi sembra che Bechis possa capire ? 🤓

    reply

Lascia un commento

× WhatsApp