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Che cosa c’è di vero nella storia dei gatti neri uccisi in Vietnam come cura contro il coronavirus

Avvisiamo i nostri lettori che questo articolo contiene contenuti sensibili che riguardano l’uccisione, il commercio e il consumo di animali domestici

L’11 maggio la redazione di Facta ha ricevuto via WhatsApp la richiesta di verificare una notizia, pubblicata venerdì 8 maggio dal quotidiano Il Messaggero, a proposito di un «“farmaco” da bere contro il coronavirus in Vietnam». Stando a quanto riportato, nel Paese del Sudest asiatico i «gatti neri» verrebbero «allevati, uccisi» e successivamente «bolliti» per essere trasformati «in una specie di macabra poltiglia che, diluita e filtrata», sarebbe poi bevuta. Questo «intruglio», si legge, verrebbe «consigliato anche ai bambini». 

Nell’articolo del Messaggero si legge che la notizia sarebbe emersa grazie alla denuncia di alcune «associazioni animaliste» tra cui No to dog meat, «organizzazione non governativa che si occupa della salvaguardia degli animali» e che la ricostruzione degli eventi sarebbe attribuibile ad uno dei «fondatori» dell’associazione, Julia De Cadenet, che avrebbe raccontato dell’accaduto al tabloid statunitense New York Post

Che cosa c’è di vero? Abbiamo fatto chiarezza.

Che cosa sappiamo sull’origine della notizia

Cominciamo con il precisare che questa notizia non è circolata solo in Italia ma anche negli Stati Uniti dove, l’8 maggio 2020, se ne sono occupati i colleghi fact-checker di PolitiFact

Stando a quanto da loro ricostruito, la vicenda – ripresa nei giorni scorsi anche da diverse testate estere (Toronto Sun, Vietnam Insider, U.S. Sun) – sarebbe stata originariamente diffusa dalla South West News Service (Swns), un’assai poco conosciuta agenzia di stampa britannica. La Swns, contattata da PolitiFact, ha però dichiarato di aver successivamente rimosso il proprio articolo, dal momento che sono emersi alcuni dubbi sulla sua veridicità: sembra infatti che la Swns abbia ricevuto sul tema ulteriori «informazioni» che «hanno portato a dubitare della credibilità» delle associazioni di volontariato che avevano segnalato la notizia. 

In effetti, ad oggi, non ci sono altre conferme che in Vietnam i gatti neri vengono uccisi e ingeriti sotto forma di bevanda come rimedio contro il nuovo coronavirus Sars-Cov-2. 

Ora che abbiamo fatto chiarezza sulla fonte primaria di diffusione, che cos’altro sappiamo sull’origine della notizia? 

Stando a quanto riportato dal Messaggero, la notizia sarebbe stata confermata al New York Post da Julia De Cadenet, tra i fondatori dell’associazione No to dog meat. In un articolo pubblicato il 24 aprile 2020 dal New York Post, in effetti, si parla della vicenda. Qui, oltre a condannare nei primi paragrafi la presunta uccisione dei gatti neri e a fare esplicito riferimento alla Swns – come abbiamo visto, la fonte principale della diffusione della notizia – si parla anche di un video che conterrebbe immagini legate al consumo di gatti in Vietnam (video che, però, non viene linkato né descritto) e vengono riportate alcune dichiarazioni rilasciate da Julia De Cadenet. 

In nessun punto dell’articolo, però, De Cadenet fornisce specifiche prove che confermano che questa pratica è realmente diffusa nel Paese. Abbiamo contattato via email direttamente l’interessata per avere un chiarimento e siamo in attesa di una sua risposta. 

L’associazione No to dog meat esiste, dal 2013 si impegna nella lotta contro i maltrattamenti verso i cani in alcuni Paesi asiatici (riponendo particolare attenzione a ciò che accade in Cina) e sul sito ufficiale si legge che la sede è a Londra. Proprio in Gran Bretagna nel 2016 No to dog meat è stata accusata dal tabloid inglese The Mirror di aver devoluto solamente una minima parte (10.000 sterline tra le più di 80.000 donate) di una raccolta fondi realizzata per supportare un’attivista cinese nella lotta contro il consumo di carne di cane in Cina in occasione del festival annuale di Yulin. L’associazione aveva denunciato l’accaduto alla Independent press standards organisation (l’Ipso, organo indipendente che si occupa di regolare la stampa in Gran Bretagna) sostenendo che le informazioni pubblicate fossero infondate e che non ci fossero stati contatti diretti con l’ente: l’Ipso, dopo aver esaminato la vicenda, ha dato ragione al The Mirror

Precisiamo poi che la testata New York Post in passato ha attirato l’attenzione dei fact-checker per aver riportato informazioni false, fuorvianti o aver utilizzato titoli che non rispecchiavano a pieno il contenuto presente nell’articolo.

Per quanto riguarda, infine, il video di cui si parla nell’articolo, in assenza di link non siamo in grado di sapere con certezza a quale filmato si facesse riferimento. Abbiamo però trovato sul canale YouTube ufficiale dell’associazione No to dog meat quattro video caricati tra aprile e maggio che mostrano scene di maltrattamento di gatti in Vietnam. In nessun caso, però, sono state riprese delle scene in cui fosse chiaro un collegamento con la Covid-19 o con la creazione di un “rimedio” in grado di contrastare il nuovo coronavirus Sars-Cov-2. 

Covid-19 e animali in Vietnam

Sappiamo con certezza che il nuovo coronavirus Sars-Cov-2 ha colpito anche il Vietnam: tra il 24 gennaio e il 13 maggio l’Organizzazione mondiale della sanità ha calcolato che nel Paese sono stati confermati 288 casi di Covid-19 e non è stato registrato alcun decesso. 

La gestione di successo (il 4 maggio le scuole hanno riaperto e la maggior parte del Vietnam ha superato la fase di lockdown) che il Paese ha avuto e sta portando avanti dell’emergenza sanitaria legata alla pandemia da nuovo coronavirus ha ricevuto in diverse occasioni riconoscimenti da parte degli esperti.

Sul fronte della tutela degli animali, invece, già in passato il Vietnam ha ricevuto delle critiche per le modalità di trattamento delle specie animali nel territorio nazionale e per l’assenza di un’adeguata tutela degli animali, sia comuni che a rischio. 

Ci sono diversi casi recenti: a inizio maggio, la polizia ha sequestrato 630 chili di carcasse di cani e gatti trasportati su un autobus in viaggio verso Hanoi e, secondo la stampa locale, destinati al «consumo». Episodio simile si era verificato anche a gennaio 2020 quando, sempre a bordo di un autobus, erano stati trovati 600 kg di carcasse di gatto congelate che venivano trasportate dal sud al nord del Paese. In Vietnam non ci sono infatti leggi che impediscono l’uccisione, la vendita o il consumo di carne di gatto o di cane, nonostante le autorità abbiano invitato la popolazione a interrompere la pratica.

Non resta che porsi l’ultime domanda: davvero c’è un legame tra il consumo di gatti e il nuovo coronavirus?

Davvero ci sono preparati “al gatto nero” contro Covid-19?

I colleghi di PolitiFact hanno contattato alcune figure di rilievo nell’ambito della tutela degli animali del Vietnam, giornalisti e professori che operano in quell’area. Da nessuno è arrivata conferma di questa pratica. Precisiamo inoltre che nessuna testata nazionale o locale vietnamita ha riportato la notizia. 

Cat Besch, fondatrice e direttrice del Vietnam Animal Aid & Rescue di Hanoi (organizzazione che dal 2013 si occupa della tutela degli animali nel Paese), ha dichiarato di non aver alcuna prova che si siano verificati episodi di questo tipo. 

Nam Nguyen, editore per la Vietnam News Agency (agenzia di stampa ufficiale del governo), ha dichiarato a PolitiFact che nelle ultime settimane la notizia è in parte circolata anche nel Paese e che ha avuto probabilmente origine da un contenuto pubblicato sui social network thailandesi e ora rimosso. Secondo Nguyen, «i vietnamiti non sono così superstiziosi come altre nazioni nel Sudest asiatico da praticare questi riti antichi».

Phuong Tham, direttrice della sezione vietnamita della Human Society International (organizzazione internazionale che si occupa del benessere degli animali), ha dichiarato a PolitiFact che nel Paese è vero che vengono uccisi i gatti neri ma da «persone con scarse conoscenze, credendo che le ossa dei gatti neri possano curare l’asma nei bambini, mentre altri li uccidono per credenze superstiziose» ma «non abbiamo prove che i gatti neri in Vietnam siano stati uccisi per il trattamento del Covid-19».

Dunque, a oggi e stando a quanto riportato da chi nel Paese si occupa di informazione e/o di tematiche vicine al maltrattamento di animali, non ci sono prove che testimoniano che nel Paese i gatti neri vengano uccisi e bolliti per crearne una bevanda curativa contro la Covid-19. 

In conclusione

Nei giorni scorsi diverse testate (anche in Italia), hanno riportato la notizia secondo cui in Vietnam i gatti neri vengano uccisi, ridotti in «poltiglia» e assunti come rimedio contro il nuovo coronavirus. 

La notizia non trova conferma né da parte dei diversi enti che nello Stato si occupano della tutela degli animali, né da giornalisti o esperti che operano nel Paese. Non siamo inoltre in possesso di alcun documento fotografico o video in grado di confermare che sono in corso pratiche di questo tipo.

La notizia, apparentemente diffusa in lingua inglese da un’agenzia di stampa poco conosciuta, è stata rimossa nelle ore successiva dalla stessa agenzia visti i dubbi emersi sulla sua veridicità. Le testate che, sulla base di quel lancio, l’hanno ripresa e condivisa, riportano informazioni che al momento non hanno alcun fondamento.

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