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La «polmonite sconosciuta» in Kazakistan è molto probabilmente Covid-19

Tra le conseguenze della pandemia da Covid-19 c’è la consapevolezza, arrivata a poco a poco in tutto il mondo, che un’emergenza sanitaria di proporzioni globali non è solo possibile, ma anche un’eventualità estremamente concreta – e imprevedibile. Questa nuova sensibilità ha dato forza a un filone di discussione non esattamente inedito, ma parecchio attuale: la paura di nuove malattie. 

L’esempio più recente è rappresentato dalla notizia di un presunto focolaio di polmonite sconosciuta in Kazakistan, di cui ha parlato per la prima volta l’ambasciata cinese nel Paese il 9 luglio. La notizia è stata poi ripresa sui media cinesi controllati dal regime ed è finita rapidamente sui principali mezzi d’informazione internazionali (e italiani). 

Si tratta di una vicenda dai contorni ancora poco chiari, che abbiamo deciso di approfondire con l’aiuto dei colleghi fact-checker kazaki di Factcheck.kz. Facciamo il punto sulla notizia e sulle risposte scientifiche fornite dalla comunità internazionale.

La paura di una nuova pandemia

La paura di una nuova pandemia, o di un’evoluzione dell’attuale in forme ancora più gravi, è in diverse occasioni entrata a far parte del dibattito pubblico, in Italia e non solo. La recente attenzione riposta al caso kazako, dunque, non stupisce.

Nelle scorse settimane ci sono infatti stati altri casi in cui si è parlato di peggioramenti del virus o di nuove malattie. A fine aprile è stata data la notizia di una ipotetica evoluzione aggressiva del nuovo coronavirus Sars-Cov-2, a fine giugno si è parlato dello sviluppo di un particolare ceppo dell’influenza suina e ora del presunto focolaio di polmonite sconosciuta in Kazakistan. 

Prima di dedicarci al terzo caso, apriamo una piccola parentesi e spendiamo qualche parola sugli altri due episodi: entrambi hanno infatti fatto scattare un campanello d’allarme nella comunità scientifica e portato all’intervento dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Il primo caso è in realtà un riflesso del dibattito interno alla comunità scientifica internazionale sulle possibili mutazioni di Sars-Cov-2 in senso più pericoloso per l’uomo (i virus mutano spesso, ma non tutte le mutazioni hanno effetti che interessano l’uomo e le sue malattie). Secondo una ricerca pubblicata il 29 aprile da alcuni ricercatori della London School of Hygiene and Tropical Medicine (Lshtm), il nuovo coronavirus si sarebbe evoluto dopo l’istituzione delle prime misure di distanziamento sociale, adattandosi naturalmente alla specificità delle popolazioni umane presenti nelle varie aree geografiche, «con potenziali implicazioni per diagnostica, terapie e vaccini». 

La ricerca era stata pubblicata sul portale BioRXiV, che accoglie articoli scientifici cosiddetti “in preprint”, ovvero bozze non ancora verificate da altri scienziati. L’ipotesi delle mutazioni era stata poi avvalorata anche da uno studio realizzato dai ricercatori dello Scripps Institute di Jupiter (ente di ricerca scientifica con sede in Florida) che paventava una possibile evoluzione negativa del virus in termini di trasmissibilità. Sulla vicenda è intervenuta il 13 giugno 2020 l’Organizzazione mondiale della sanità (qui dal minuto 20:57) fornendo rassicurazioni ed escludendo che tali mutazioni possano influire sulla contagiosità del virus o sull’efficacia dei futuri vaccini.

Secondo caso. Il dibattito sulla possibilità di nuove pandemie si è poi riacceso lo scorso 30 giugno, in seguito alla ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica americana Pnas (Proceedings of the National Academy of Sciences) da alcuni ricercatori dell’Università di Pechino, che presentava le caratteristiche di quello che i media (italiani e internazionali) hanno definito «un nuovo virus capace di causare una pandemia». 

Si tratta di un ceppo dell’influenza suina, discendente dal virus H1N1 che aveva causato una pandemia nel 2009 e che secondo gli autori del paper ha oggi un «potenziale pandemico». I ricercatori lo hanno riscontrato sui maiali – in osservazioni condotte in Cina tra il 2011 e il 2018 –, ma anche nel 10 per cento degli esseri umani che lavorano con capi di bestiame infetti, segnale che il virus può essere trasmesso all’uomo. Anche in questo caso, sul tema è intervenuta l’Organizzazione mondiale della Sanità, con una dichiarazione del 30 giugno 2020 – a cui non sono seguiti ad oggi [21 luglio 2020, ndr] aggiornamenti – e in cui ha promesso di seguire da vicino la questione.

Torniamo in Kazakistan

Il terrore della prossima pandemia è tornato di stretta attualità a livello internazionale con la notizia di una presunta polmonite sconosciuta diffusasi in Kazakistan, che secondo le autorità cinesi sarebbe persino più letale del nuovo coronavirus Sars-Cov-2.

Che cosa sappiamo su quest’ultimo caso? Quanto dobbiamo preoccuparci? Anche in questa occasione è intervenuto l’Oms? 

L’allarme per una presunta polmonite sconosciuta è stato lanciato il 9 luglio 2020 dall’ambasciata cinese in Kazakistan che, citando fonti media locali, ha parlato di oltre 1.700 morti nel Paese dell’Asia centrale nei primi sei mesi dell’anno, di cui 628 nel solo mese di giugno. 

Una dichiarazione di parziale smentita da parte del ministro della Salute kazako Aleksey Tsoy è arrivata il giorno dopo. Il 10 luglio Tsoy ha parlato di «informazioni diffuse da alcuni media cinesi» che «non corrispondono alla realtà». Il riferimento è ai media cinesi che hanno dato risalto alla notizia, tra cui il Global Times, organo stampa vicino al Partito Comunista Cinese che aveva subito rilanciato le preoccupazioni dell’ambasciata.

Tsoy ha confermato la presenza di una «polmonite virale a eziologia non nota» nel Paese, negando però che l’epidemia fosse nuova o sconosciuta. I numeri citati dall’ambasciata cinese arrivano infatti direttamente dal responsabile medico del ministero della Salute Aizhan Esmagambetov, che in una conferenza stampa del 2 luglio 2020 aveva parlato di 98.546 casi di polmonite nei primi sei mesi dell’anno in Kazakistan, con un aumento del 55,4 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e un totale di 1.772 vittime. «Il ministero della Salute e altre agenzie stanno conducendo ricerche comparative e non hanno ancora definito la natura delle polmoniti virali» aveva dichiarato il ministro kazako nell’occasione. 

Il 10 luglio è arrivata un’ulteriore presa di posizione ufficiale da parte del ministero della Salute kazako, con un post sulla pagina Facebook dell’istituzione che mirava a fare chiarezza sulla questione delle presunte polmoniti sconosciute. Nella dichiarazione il ministero fa riferimento alla Classificazione statistica internazionale delle malattie e dei problemi sanitari correlati, che prende il nome di «Icd 10», un documento periodicamente pubblicato dall’Organizzazione mondiale della sanità e che nel suo ultimo aggiornamento risalente al 20 aprile 2020 contiene un codice specifico per classificare i problemi sanitari derivanti dalla Covid-19. In particolare, il codice U07.2 COVID-19 viene utilizzato per i casi di «diagnosi di Covid-19 a livello clinico o epidemiologico» ma la cui conferma in laboratorio è «inconcludente o non disponibile».

«Facciamo notare che l’Organizzazione mondiale della Sanità ha introdotto nuovi codici per la polmoniti all’interno della Classificazione internazionale delle malattie» diceva il post, «in particolare, Icd 10 parla di casi di Covid diagnosticato clinicamente ed epidemiologicamente, ma non confermato in laboratorio. In una riunione del 9 luglio, il ministro Tsoy ha constatato la presenza di polmoniti di origine batterica, funginea e virale, comprese quelle che Icd 10 definisce “polmoniti virali a eziologia non nota”». 

Riassumendo, dunque, il ministero della Salute kazako conferma la presenza di polmoniti ufficialmente non collegabili alla Covid-19. Una parte di queste – anche se non è ben chiaro in che misura, dal momento che l’informazione non compare in nessuna comunicazione governativa – sarebbe spiegabile con un nuovo codice introdotto dall’Oms per classificare i casi che hanno ricevuto una diagnosi medica di Covid-19, ma che non sono stati confermati come tali dai test in laboratorio.

Qualcosa comunque non torna nel caso kazako

Tra il 14 marzo e il 21 luglio 2020, i casi di Covid-19 confermati dall’Oms in Kazakistan sono poco meno di 72mila, con 585 vittime accertate. Dal 21 giugno il Paese viaggia a una media di oltre mille nuovi casi al giorno, numeri che il 5 luglio scorso hanno convinto il governo guidato da Askar Uzakbaiuly Mamın a reintrodurre due settimane di lockdown, dopo una prima serie di misure contenitive inaugurate il 16 marzo e allentate a partire dall’11 maggio.

Cifre che non fanno ben sperare, ma che potrebbero essere persino peggiori secondo Rafail Rosenson, immunologo della Astana Medical University, che il 28 giugno all’agenzia stampa russa Sputnik ha spiegato che le polmoniti sconosciute «hanno una probabilità del 99,9% di essere state causate dalla Covid-19» perché «in passato non ci sono mai state polmoniti acquisite in comunità a giugno». In un’intervista rilasciata il 7 luglio al sito web kazako Tengrinews, il viceministro della Salute kazako Azhar Giniyat ha inoltre spiegato che attualmente, negli ospedali del Paese, sono ricoverati 28mila pazienti con polmoniti, ma «negativi alla Covid-19».

Sul caso kazako è intervenuta anche l’Organizzazione mondiale della Sanità, che nella conferenza stampa del 10 luglio (qui dal minuto 36:32) ha spiegato come possano esserci «molte spiegazioni possibili per le polmoniti in Kazakistan, una delle quali è la Covid-19» e che gli sforzi sono attualmente concentrati sul «valutare la qualità dei test, per assicurarci che non ci siano falsi negativi».

Che cosa sappiamo dei test kazaki

Diversi indizi e il parere delle autorità sanitarie internazionali fanno propendere per l’ipotesi della Covid-19 come spiegazione delle polmoniti diffuse in Kazakistan. Stessa diagnosi che secondo il ministero della Salute kazako viene comunemente raggiunta negli ospedali, anche se poi non confermata dai test clinici.

Il problema potrebbe dunque essere nella quantità o nella qualità dei test molecolari effettuati e per fare chiarezza circa questi aspetti abbiamo chiesto aiuto ai colleghi fact-checker di Factcheck.kz

Secondo i dati ottenuti con l’aiuto dell’organizzazione di fact-checking kazaka, i test effettuati nel Paese tra il 14 marzo – giorno in cui è stato registrato il primo caso di Covid-19 in Kazakistan – e il 16 luglio sono stati in tutto 1,7 milioni (il dato è riportato anche nella versione kazaka del sito web russo Sputnik) ovvero 0,75 al giorno ogni mille abitanti. Secondo i dati riportati dal sito di statistiche Our World in Data dell’Università di Oxford, l’Italia esegue in media 0,71 test al giorno ogni mille abitanti.

La quantità di test effettuati giornalmente dal Kazakistan è insomma equiparabile a quella dell’Italia. Ma da dove arrivano i test molecolari utilizzati nelle cliniche kazake? Sempre secondo quanto abbiamo ricostruito insieme ai colleghi di Factcheck.kz, i test kazaki sono in parte stati donati a titolo gratuito dalla Russia, in parte dalla Corea del Sud (con una donazione di mille kit, composti da test e reagenti) e altri dagli Stati Uniti. La restante parte dei test, la porzione più numerosa dei kit utilizzati nel Paese, sembrano essere invece prodotti direttamente in Kazakistan.

Il problema potrebbe insomma essere quello della qualità dei test. Il sito web Informburo, portale kazako di notizie e analisi, ha chiesto ad alcuni importanti medici kazaki come possa essere stato possibile un tale numero di falsi negativi – stando all’ipotesi dell’Organizzazione mondiale della sanità – cioè di test che negano la presenza del virus Sars-CoV-2 in pazienti che invece ne sono portatori. 

Secondo il virologo del Centro Nazionale di Biotecnologie di Almaty Seydigapbar Mamadaliyev, si tratterebbe di semplice negligenza, dal momento che «quando si eseguono i test, ci sono condizioni che devono essere rigorosamente osservate. Ogni processo deve essere disconnesso dall’altro, effettuato in stanze separate e sotto stretto controllo» spiega il virologo. «Spesso il processo è automatizzato, ma non tutti i laboratori dispongono di attrezzature così costose. E le persone si stancano, spesso commettono errori».

Una spiegazione molto differente arriva invece da Mynzhylky Berdikhojaev, direttore del centro di neurochirurgia del Central Clinical Hospital JSC, che tratteggia una manomissione delle statistiche per motivi economici. Secondo Berdikhojaev, il ministero della Salute kazako avrebbe stanziato un fondo ad hoc per combattere la Covid-19, ma lo avrebbe fatto in base a «previsioni che si sono rivelate errate». Secondo il neurochirurgo, molti casi di Covid-19 verrebbero dunque trattati come semplici polmoniti per non dover intaccare quel fondo insufficiente.

In conclusione

In Kazakistan sono stati registrati oltre 98mila casi di polmoniti non ufficialmente riconducibili alla Covid-19, che dall’inizio dell’anno hanno prodotto 1.772 vittime. Un dato inusuale, che secondo le stesse autorità sanitarie kazake è aumentato di oltre il 50 per cento rispetto il 2019. 

Per spiegare questo fenomeno, l’ambasciata cinese nel Paese ha denunciato la presenza di una «polmonite sconosciuta» con un tasso di letalità superiore a quello della Covid-19. La comunità scientifica, kazaka e internazionale, sembra invece propendere per l’ipotesi della Covid-19 come spiegazione delle polmoniti. Stessa diagnosi comunemente formulata negli ospedali, anche se poi non confermata dai test clinici.

Il problema potrebbe quindi risiedere in un’enorme quantità di falsi negativi nei test effettuati dal sistema sanitario kazako. Le informazioni in nostro possesso indicano che il numero di test effettuati è in linea con quello di altri Paesi, tra cui l’Italia, ma non possiamo essere altrettanto sicuri della qualità dei test molecolari, la maggior parte dei quali viene prodotta in Kazakistan.

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