Possiamo liberarci del gas russo? - Facta
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Possiamo liberarci del gas russo?

L’invasione russa dell’Ucraina iniziata il 24 febbraio 2022 ha già sconvolto quelle che fino ad ora erano politiche consolidate di numerosi Paesi europei, ad esempio sull’invio di armamenti a una nazione in guerra. Ma nonostante questo, e nonostante la condanna pressoché unanime dell’aggressione a livello internazionale e in particolare in Europa, il nostro continente è legato a doppio filo alla Russia per la politica energetica: in particolare le importazioni di gas (ma non solo: c’è anche il petrolio). 

L’Unione europea importa dalla Russia la maggioranza relativa del gas che usa, nel 2021 il 38 per cento. In totale, le forniture russe verso l’Ue ammontano a circa 1.500-1.800 TWh (terawatt-ora, misura di energia elettrica equivalente) annui, ovvero approssimativamente 175 miliardi di metri cubi. L’Italia dipende dalla Russia ancora più della media europea, per il 46 per cento

Ciò nonostante, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha affermato già prima dell’invasione, il 19 febbraio 2022, che l’Europa non avrà da temere da una possibile interruzione del gas russo. Benché siano la maggioranza, i russi non sono gli unici fornitori di gas: l’Ue importa gas dalla Norvegia (22 per cento), Algeria, e in piccolissima percentuale, da Libia e Azerbaijan. A questo si affianca un 18 per cento sotto forma di gas naturale liquefatto (Lng) trasportato per via navale, i cui canali di mercato e importazione sono completamente differenti, ma di cui una piccola parte viene comunque dalla Russia. È una minoranza, ma importante come vedremo, e von der Leyen la citava esplicitamente: i principali esportatori di Lng sono Stati Uniti, Qatar e Australia. Infine, il 9 per cento è prodotto internamente all’Ue. 

Ma è possibile che queste altre fonti bastino? Che cosa dobbiamo fare se verranno interrotte le forniture di gas, sul breve e sul lungo periodo? La risposta breve su cui sembrano convergere le analisi è: liberarsi dal gas russo si può fare, ma non sarà affatto facile. Vediamo che cosa possiamo fare e quali sono gli ostacoli.

Passare l’inverno

Seguiamo qui la dettagliata analisi di gennaio 2022 pubblicata dal think tank economico Bruegel e riportata da numerose fonti stampa internazionali. Il primo scoglio da superare è la fine dell’inverno 2022. Questo pericolo ormai dovrebbe essere scongiurato. Le scorte di gas si sarebbero esaurite solo se le forniture dalla Russia fossero cessate a inizio febbraio e in più il clima fosse stato estremamente freddo. Il clima è stato invece abbastanza clemente in Europa, con le temperature leggermente sopra la media, mentre le forniture di gas non si sono interrotte. Inoltre a gennaio 2022 sono aumentate molto le importazioni di gas naturale liquefatto (Lng): questo, come vedremo, è un fattore importante anche per il futuro. Il risultato è che le riserve di gas, benché potrebbero essere messe alla prova in caso di interruzione, non dovrebbero esaurirsi.

Gli analisti di Bruegel però notano che l’Ue non è un sistema completamente integrato in cui il gas possa essere redistribuito a volontà. Le infrastrutture non sono progettate per portare immediatamente il gas ai Paesi europei che ne abbiano bisogno, perché sono fatte per portare il gas in una direzione sola: da est ai Paesi consumatori. Questo significa che non sarebbe immediato sfruttarle in direzione contraria per portare il gas da ovest a est, e potrebbero facilmente esserci interruzioni. Inoltre non è detto che Paesi con più scorte di gas siano politicamente desiderosi di condividerle con Paesi che invece ne hanno più bisogno, specie se temono un’interruzione di lungo periodo. La disponibilità generale di gas all’interno dell’Ue quindi potrebbe comunque non bastare per alcuni Paesi più dipendenti di altri dal gas russo.

In tal caso, le opzioni non sono molte: altri Paesi da cui importiamo gas, come la Norvegia, lavorano già al massimo della capacità. In situazioni d’emergenza ci sono però risorse di norma non considerate che potrebbero essere mobilitate. L’Economist ha fatto notare ad esempio che in ogni momento ci sono numerose riserve sotterranee di gas, come quello depositato in falde acquifere, che non vengono toccate per motivi tecnici, per esempio per mantenere la pressione del gas durante i periodi di alta richiesta in inverno. Di norma questa quantità di gas non è utilizzabile, e quindi non è considerata tra le riserve di gas. Secondo gli analisti interpellati dall’Economist, fino al 10 per cento di queste riserve però potrebbe essere mobilitato senza grossi problemi, arrivando a coprire un mese o più di importazioni russe in caso di emergenza.

Addio Mosca?

Se resistere un inverno, sia pure con difficoltà per alcuni Paesi europei, è fattibile, sganciarsi definitivamente dal gas russo è un altro paio di maniche. 

La prima e più ovvia strategia è trovare altre fonti di gas, sfruttando di più altri fornitori, ma questo non è automaticamente possibile. In Europa praticamente l’unico sito che produce gas che potrebbe aumentare la capacità è quello di Groningen, in Olanda, la cui portata è già stata raddoppiata nel gennaio 2022: è difficile che però possa aumentare ancora significativamente il ritmo di sfruttamento, a causa del rischio di terremoti indotti dall’estrazione che hanno portato a limiti stringenti nella quantità di gas che può essere estratta. Aumentando le importazioni dagli altri Paesi si può arrivare al massimo a 650 TWh di gas annuo: oltre questa soglia si supera la capacità delle infrastrutture esistenti. Altri 400 TWh potrebbero arrivare dai gasdotti del Regno Unito ma a sua volta dovrebbero importare molto più gas per poterlo poi distribuire a noi. Nel caso migliore quindi si riescono a coprire circa 1.000 TWh; ne restano 700.  

L’altra risorsa è il gas naturale liquefatto o Lng, citato da von der Leyen come l’asso nella manica. È una risorsa cruciale e in teoria le infrastrutture ci sono: gli impianti di rigassificazione del Lng sono in grado di gestire ulteriori 1.100 TWh di Lng. Sommato alle strategie precedenti, si arriverebbe a coprire abbondantemente la mancanza di gas russo. Il problema è che non è chiaro se questo Lng sia disponibile.

I produttori di Lng infatti liquefanno gas e stanno esportando in sostanza al ritmo più elevato consentito dalle loro infrastrutture. Non potendo aumentare significativamente l’offerta, un’ulteriore domanda di Lng rischierebbe di far salire molto i prezzi, come è già accaduto nel 2021. Il prezzo del Lng è aumentato del 29 per cento in un giorno solo, il 24 febbraio 2022, all’annuncio dell’invasione russa in Ucraina. Inoltre bisognerebbe, come si è visto prima, rivedere le infrastrutture di trasporto del gas per permettere un flusso consistente da ovest a est. Secondo alcuni analisti, sostituire del tutto il gas russo con Lng potrebbe richiedere un decennio.

C’è anche un altro possibile problema, ed è il mercato. 

L’analisi di Bruegel argomenta che, paradossalmente, in caso di blocco del gas russo, le società europee che gestiscono il gas potrebbero non voler acquistare gas altrove. Se le compagnie europee acquistano molto gas per le scorte, a prezzi sicuramente assai elevati, i russi potrebbero ricominciare di colpo a mandare gas. Non sarebbe una benedizione: facendo crollare i prezzi senza preavviso, i russi assesterebbero un colpo all’Europa creando enormi perdite economiche per le società. Sarebbe quindi probabilmente necessario un deciso intervento governativo, in cui gli Stati si assumono parte dei rischi, per evitare la situazione di stallo.

In ogni caso, non sarebbero interventi che si possono completare tutti entro l’inverno 2022-2023. Lo scenario nei prossimi anni, in caso di abbandono del gas russo, potrebbe essere complicato, simile alla crisi petrolifera degli anni ‘70. 

Ripensare l’energia

È quindi probabile che l’unico modo per liberarsi definitivamente dal gas russo, per l’Europa, sia una riduzione dei consumi. Si è parlato spesso sui media di ridurre i consumi casalinghi, come quelli per riscaldamento e cucina, magari abbassando i termostati di un paio di gradi. Non è da sottovalutare: la stessa Agenzia internazionale dell’energia (Iea) fa notare che il consumo domestico è importante nel bilancio dell’energia. I consumi domestici e commerciali però rappresentano meno della metà del consumo totale di gas. Il grosso del gas viene infatti utilizzato nell’industria e per generare elettricità. 

Sostituire quindi il gas come fonte di energia elettrica sembra l’unica soluzione. Ma con che cosa? 

A breve termine si sta pensando al carbone: lo sta considerando la Germania ma anche l’Italia. Sarebbe però un passo indietro sulla lotta al cambiamento climatico, un problema non più rimandabile perfino in circostanze come queste, come mostra il report 2022 dell’Intergovernmental panel on climate change (Ipcc).

Spesso in questi casi si cita allora il nucleare come una fonte alternativa (lo ha fatto Matteo Salvini, per esempio). Per i Paesi già dotati di impianti nucleari, come la Francia, questi sono di certo un asset essenziale a cui non bisognerebbe rinunciare. La Germania è al centro di questo dilemma: aveva previsto la chiusura delle proprie centrali entro la fine del 2022 ma ora potrebbe considerare l’idea di fare marcia indietro. Ma non è plausibile ritenere il nucleare una soluzione a breve termine per i Paesi, come l’Italia, che non hanno centrali nucleari sul territorio: il tempo mediano per costruire una centrale nucleare è di 7 anni. Una cifra ottimista per gli standard europei: lo ammette lo stesso amministratore delegato Enel che racconta il caso, da lui stesso definito «virtuoso», di due reattori in costruzione in Slovacchia. Con i lavori avviati nel 2008, dovevano essere terminati nel 2012 ma lo saranno solo nel 2022, con un raddoppio dei costi da 3,3 a 6,2 miliardi di euro. A prescindere da quello che si pensi sul nucleare, deve essere considerata un’opzione sul lungo periodo. Il nucleare inoltre richiede combustibile, mettendoci di nuovo alla mercé dei Paesi esportatori di uranio: e il principale esportatore mondiale di combustibile nucleare è proprio la Russia.

È possibile dunque che la crisi ucraina costringa l’Europa, o perlomeno i Paesi finora più dipendenti dal gas russo, a spingere decisamente sul rinnovabile. Il ministero dell’Economia tedesco ha proposto il 28 febbraio un piano per accelerare rapidamente lo sviluppo di eolico e solare, arrivando ad avere quasi tutta l’energia elettrica dal rinnovabile entro il 2035, e il governo italiano il 2 marzo 2022, attraverso il ministro per la transizione ecologica Roberto Cingolani, ha annunciato di stare pensando all’espansione del rinnovabile. 

Le principali aziende elettriche italiane (Enel, Erg, Cva e A2a) raccolte nella sigla di Confindustria Elettricità Futura, hanno chiesto al governo, in una conferenza stampa del 25 febbraio, di «autorizzare entro giugno 60 GW di nuovi impianti rinnovabili», che potrebbero coprire fino al 20 per cento delle importazioni di gas russo: impianti finora bloccati

In conclusione

La crisi ucraina ha fatto precipitare l’annosa questione della dipendenza energetica dell’Europa dalla Russia, e sta costringendo i governi europei a decisioni rapidissime e profonde di politica energetica. Le analisi mostrano che liberarsi della dipendenza dal gas russo non è impossibile, ma potrebbe richiedere numerosi sacrifici e costi molto elevati, specie nei primi anni. Al di là dei non trascurabili problemi logistici a breve termine per sostituire il gas russo, le decisioni attuali potrebbero modificare radicalmente il panorama energetico europeo, possibilmente nella direzione di una rapida transizione verso il rinnovabile. Con un duplice vantaggio: rappresentare, finalmente, una svolta nella lotta contro il cambiamento climatico e garantire l’indipendenza energetica dell’Europa.

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Comments (1)

  • Tommy Zambon

    Ciao, dovreste sottolineare che la Russia non è il solo produttore di uranio. Lo sono anche Canada e Australia per esempio. Questo per completezza di informazione per i lettori.

    reply

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