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Che cosa dice lo studio di Harvard che retrodaterebbe la comparsa della Covid-19 a Wuhan

Lunedì 8 giugno un team di ricercatori dell’università di Harvard e del Boston Children Hospital, hanno pubblicato i risultati di una ricerca intitolata «L’analisi del traffico ospedaliero e dei dati ottenuti attraverso i motori di ricerca a Wuhan mostra un’iniziale attività della malattia nell’autunno 2019». Lo studio si serve di 111 immagini satellitari della città cinese di Wuhan (il primo focolaio di casi di polmoniti sospette) scattate tra il 9 gennaio 2018 e il 30 aprile 2020 e del traffico web relativo alla città del Hubei per i termini «tosse» e «diarrea», che i ricercatori definiscono tra i principali sintomi della malattia oggi nota come Covid-19 (ma come vedremo, non è proprio così nel caso della diarrea). Secondo le conclusioni della ricerca, la comparsa del virus Sars-Cov-2, che l’Organizzazione Mondiale della Sanità fa risalire al dicembre 2019,  potrebbe essere retrodatata al mese di agosto 2019.

La notizia è stata riportata dalle principali testate internazionali ed è stata rilanciata dalla comunicazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che il 10 giugno ha condiviso su Twitter un servizio di Fox News dedicato alla ricerca. I dati raccolti e analizzati dal team di Harvard sembrerebbero infatti supportare una teoria molto cara all’amministrazione Trump, che vorrebbe la Cina come responsabile di un tentativo di insabbiare l’epidemia di Covid-19, nella sua fase iniziale.

I problemi della ricerca

Nonostante l’ampio risalto mediatico ricevuto, la ricerca di Harvard ha parecchi limiti, prima tra tutti l’assenza di una revisione paritaria (peer-review). Com’è noto, infatti, l’ambito della ricerca scientifica impone un rigoroso processo di revisione (peer-review), che passa dalla valutazione di specialisti del settore che ne verificano l’idoneità alla pubblicazione scientifica. 

Il processo serve a “ripulire” la ricerca da eventuali errori, distorsioni, pregiudizi e plagi, ed è un passaggio necessario alla successiva pubblicazione sulle riviste scientifiche che decideranno di accettare il lavoro. La ricerca di Harvard è al momento un preprint, ovvero una semplice bozza che non è stata sottoposta al controllo di professionisti esterni al team di ricerca e che dunque non rispetta ancora i criteri minimi di pubblicazione. La pubblicazione di un preprint non rappresenta affatto un’anomalia e anzi, gran parte delle notizie riguardanti gli studi scientifici arrivano da bozze rilasciate con questa modalità.

Alcuni ricercatori hanno provato a verificare indipendentemente i risultati della ricerca di Harvard, riscontrando numerose fragilità in ogni settore. Ma andiamo con ordine, provando a riassumere la metodologia della ricerca e gli aspetti più controversi delle sue conclusioni.

Le immagini satellitari

Il primo aspetto su cui si concentra la ricerca di Harvard è il confronto tra le immagini satellitari scattate a Wuhan nell’estate e nell’autunno del 2019 (le autorità cinesi annunciarono il primo caso di un nuovo coronavirus, più tardi identificato con il nome di Covid-19, a dicembre 2019) e quelle riferite allo stesso periodo dell’anno precedente, con lo scopo di stabilire la data in cui il traffico ospedaliero ha iniziato ad aumentare.

Le immagini, ad alta risoluzione, sono state fornite da Remote Sensing Metrics – una società privata che si occupa di rilevazioni satellitari – si concentrano su sei ospedali di Wuhan, individuati dai ricercatori «utilizzando Google Maps, Wikipedia and PubMed». Secondo quanto riportato nella ricerca, per essere attendibili le immagini devono essere state realizzate a mezzogiorno, così da evitare problemi di visualizzazione dovuti a eventuali ombre, e perfettamente in perpendicolare all’ospedale, in modo da non essere “disturbate” dalla presenza di altri edifici circostanti.

I risultati, ottenuti contando le automobili presenti nei parcheggi delle strutture sanitarie, indicano che tra il 2018 e il 2020 c’è stato un costante incremento del traffico ospedaliero, ma che il trend è rapidamente cresciuto attorno al mese di agosto 2019, giungendo al suo picco tra settembre e ottobre dello stesso anno. Dunque almeno due mesi prima del primo caso ufficialmente confermato dalle autorità di Wuhan.

Secondo i critici, tra cui l’opinionista della Bbc Shirley Yu, il giornalista investigativo Benjamin Strick e il caporedattore della sezione in lingua inglese del giornale filogovernativo cinese Global Times, Hu Xijin, le immagini non sarebbero perfettamente comparabili a causa di lavori che hanno modificato i parcheggi delle strutture, aggiungendo ad esempio dei tetti che oscurerebbero la vista del satellite, e nonostante la ricerca sottolinei di aver escluso «immagini coperte da alberi, ombre o costruzioni», ciò non è vero in almeno un caso, che compare in alcune immagini mandate in onda dall’emittente Abc (minuto 1:46) ed è stato sottolineato in questo tweet.

Le critiche dovranno naturalmente essere esaminate dagli esperti selezionati per la peer-review, ma la tesi di chi mette in dubbio i risultati della ricerca, in questo caso, si basa sull’impossibilità di confrontare il numero di automobili nei parcheggi degli ospedali di Wuhan a causa di intervenute modifiche architettoniche e l’impossibiltà di rintracciare lo stesso dato relativo ad anni precedenti al 2018. Come evidenziato nella stessa ricerca, infatti, «prima della pandemia di Sars-Cov-2 le immagini satellitari di Wuhan disponibili sono relativamente scarse, a causa del suo scarso interesse commerciale».

Le ricerche su Internet

Il secondo caposaldo della ricerca condotta ad Harvard si basa sulla quantità di ricerche effettuate nell’area di Wuhan tra aprile 2017 e maggio 2020 e relative ai sintomi associati alla malattia da coronavirus. 

Nel dettaglio, i ricercatori hanno esaminato le ricerche effettuate sul motore di ricerca Baidu (il principale motore di ricerca cinese), per i termini «tosse» e «diarrea», riscontrando che mentre il primo evidenzia picchi nei soli periodi dell’influenza stagionale, l’incremento della ricerca per «diarrea» è aumentato significativamente nel mese di agosto 2019, in controtendenza con gli anni precedenti (ma compatibilmente con l’aumento del traffico ospedaliero riscontrato, ad agosto e nei mesi successivi). Entrambe le ricerche hanno raggiunto il picco tre settimane prima dell’inizio dell’emergenza sanitaria a Wuhan (dicembre 2019).

Secondo i ricercatori, «i sintomi gastrointestinali sono la caratteristica peculiare della Covid-19» e per questo motivo l’impennata della ricerca per «diarrea», unita al maggior affollamento degli ospedali, porterebbe a retrodatare la comparsa del virus. Tale affermazione, tuttavia, non sembra trovare fondamento nelle indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che annovera la diarrea tra i «sintomi meno comuni della Covid», oltre a indolenzimento, congestione nasale, perdita di gusto e olfatto ed eruzioni cutanee. 

La diarrea è insomma uno dei sintomi della Covid-19, ma non è chiaro perché sia considerato così centrale nella ricerca, al pari della tosse. L’accusa mossa dai critici è in questo caso quella di cherry picking, fallacia logica originata dalla volontà di selezionare le sole prove a sostegno della propria tesi. Come dimostra questo tweet dell’analista sinofono Darin Friedrichs, infatti, le ricerche per la parola «polmonite» nello stesso intervallo di tempo risultano stabili. 

Alcuni ricercatori cinesi, inoltre, hanno provato a riprodurre i risultati delle ricerca utilizzando l’equivalente cinese delle parole «tosse» e «diarrea», senza successo. Secondo l’assistente professore di statistica alla Columbia University Will Ma, il risultato di Harvard potrebbe essere frutto di un errore di traduzione dall’inglese al cinese delle parole «tosse» e «diarrea».

Il terzo e ultimo dato aggregato dall’università di Harvard è quello relativo ai casi di Covid-19 ufficialmente denunciati dagli ospedali di Wuhan, una statistica già nota, che mostra le prime denunce di «sindrome simil-influenzale» a partire da metà novembre e i primi casi confermati di Covid-19 solo nel mese di dicembre.

In conclusione

La ricerca dal titolo «L’analisi del traffico ospedaliero e dei dati ottenuti attraverso i motori di ricerca a Wuhan mostra un’iniziale attività della malattia nell’autunno 2019» condotta da un team di ricercatori provenienti dall’università di Harvard e dal Boston Children Hospital è al momento una bozza in attesa di revisione e non ha valore di pubblicazione scientifica. Secondo i risultati della ricerca la comparsa della Covid-19 andrebbe retrodatata tra i mesi di agosto 2019 (comparsa dei primi sintomi) e ottobre 2019 (picco dei ricoveri).

Tali affermazioni sono fondate sull’aumento delle automobili presenti nei parcheggi di sei strutture ospedaliere della città città di Wuhan – con un primo incremento ad agosto e il picco raggiunto tra settembre e ottobre – e sul rapido incremento del trend di ricerca per la parola «diarrea», avvenuto ad agosto. 

Il paper è stato bersagliato da numerose critiche e in particolar modo al centro del dibattito è finita la metodologia di ricerca, considerata compromessa dalla volontà di selezionare i soli dati che confermerebbero la tesi di partenza. Il giudizio definitivo sulla ricerca avverrà in fase di peer-review (i tempi del procedimento sono variabili), che potrà decidere di promuovere, bocciare o suggerire un approfondimento della ricerca, che risulta al momento difficilmente giudicabile.

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