Le mille vite di Tommaso Debenedetti, «campione della menzogna» - Facta
TOP

Le mille vite di Tommaso Debenedetti, «campione della menzogna»

Quando fu smascherato come diffusore di disinformazione, il 26 febbraio del 2010, Tommaso Debenedetti era considerato uno dei più influenti giornalisti culturali in Italia. In poco più di dieci anni la sua penna aveva immortalato pensieri e parole dei principali protagonisti della letteratura internazionale, in una collezione di interviste che pochi al mondo potevano vantare. 

Era stato Debenedetti a raccogliere per primo l’appoggio dello scrittore americano Philip Roth a Barack Obama, durante la campagna elettorale per le presidenziali del 2008, ed era stato sempre Debenedetti a riportare che quell’amore politico era ormai giunto al capolinea nel 2010, quando, a detta di Roth, il presidente era stato risucchiato «dalle dinamiche del potere». Da giornalista freelance, Debenedetti aveva portato sulla stampa conservatrice italiana nomi come John Grisham, Gore Vidal, José Saramago, Mario Vargas Llosa, Abraham Yehoshua, Michail Gorbachev, il Dalai Lama e persino Joseph Ratzinger, nella sua ultima intervista prima di ascendere al soglio pontificio come Benedetto XVI. O almeno, questo è ciò che aveva fatto credere al mondo. 

Perché a distanza di dodici anni tutte quelle interviste sono state smentite dai diretti interessati e la carriera giornalistica dell’autore è giunta alla sua inevitabile conclusione. Ma questa è solo una parte della storia, perché Debenedetti non ha smesso di far parlare di sé e la sua missione di mettere alla berlina l’informazione italiana è oggi più viva che mai.

Il falsario di interviste

A svelare l’inganno di Debenedetti era stata, quasi per caso, l’inviata di Repubblica Paola Zanuttini, che sul finale di un’intervista (reale, questa volta) a Philip Roth aveva voluto approfondire la sua delusione per l’evoluzione politica di Barack Obama, riportata da Debenedetti in un’intervista pubblicata su Libero nel gennaio del 2010. 

«Ma non ho mai detto niente del genere» rispose Roth, «è l’esatto opposto di ciò che penso. Obama, secondo me, è fantastico». 

Il passaggio dell’intervista a Roth che ha svelato l’inganno di Debenedetti, pubblicata il 26 febbraio 2010

Si scoprì così che Philip Roth non conosceva Tommaso Debenedetti né il quotidiano Libero e che l’intera intervista era stata semplicemente inventata dal giornalista. E non era l’unica. 

Come ha raccontato il magazine americano The New Yorker in una storia dal titolo “Counterfeit Roth” (“Roth contraffatto”) comparsa sul numero del 5 aprile 2010, fu lo stesso Roth a incaricarsi delle indagini e a scoprire che dichiarazioni simili circa una disillusione nei confronti di Obama erano state attribuite anche a John Grisham, sempre in un’intervista firmata da Debenedetti, questa volta pubblicata sui giornali del gruppo Monrif (La Nazione, Il Resto del Carlino, Il Giorno). Contattato grazie a Roth, anche Grisham smentì di aver mai rilasciato quell’intervista. 

Il metodo Debenedetti

Il meccanismo era semplice e collaudato: Debenedetti sceglieva di volta in volta uno scrittore o un personaggio di caratura internazionale, possibilmente di estrazione progressista, e gli faceva dire delle cose in grado di solleticare l’attenzione della stampa italiana e, più in generale, dell’opinione pubblica. 

Così nel 2004 l’ex presidente dell’Urss Michail Gorbachev aveva dichiarato a L’Indipendente di non considerare Berlusconi «un problema per l’Italia» e nel 2006 lo scrittore britannico John Le Carré aveva confidato al Piccolo di Trieste che, se fosse stato italiano, non avrebbe «esitato un secondo» a votare per Berlusconi (l’intervista era stata al tempo ripresa anche dal Corriere della Sera). Sempre a colloquio con Il Piccolo, lo scrittore Gore Vidal avrebbe definito nel 2009 «una geniale trovata pubblicitaria» quella del «Berlusconi donnaiolo», mentre il premio Nobel per la letteratura Herta Müller avrebbe discusso di foibe con il Resto del Carlino. Lo scrittore israeliano David Grossman avrebbe invece incensato sul Mattino il piano di pace per il medioriente di Ariel Sharon (gli articoli non sono più online, ma tutti i riferimenti bibliografici sono disponibili sul blog della giornalista Chiara Lalli). 

In realtà, era tutto falso. 

Come ha raccontato a El País lo stesso Debenedetti, in una delle rare interviste rilasciate dopo essere stato smascherato, riuscire a ritagliarsi una credibilità nel mondo del giornalismo non era stato particolarmente difficile. Debenedetti ha raccontato di non aver mai provato a vendere un’intervista a Repubblica, al Corriere della Sera o alla Stampa («loro fanno le verifiche») ma di aver trovato la strada spianata nelle redazioni dei giornali conservatori, a patto che gli articoli rispettassero la linea editoriale. 

Insegnante di giorno e impostore di notte, Debenedetti è l’ultimo di una lunga stirpe di scrittori e letterati. Suo nonno Giacomo è considerato uno dei più importanti critici letterari del Novecento italiano, mentre suo padre Antonio (scomparso il 3 ottobre 2021) è stato a lungo giornalista del Corriere della Sera e scrittore insignito di un premio Campiello, uno dei più celebri riconoscimenti letterari per la narrativa italiana.

Per Tommaso, però, inizialmente le cose non sono state così semplici e così, come raccontato a El Paìs, dopo una prima parte di carriera passata a «lavorare onestamente» senza particolari soddisfazioni, è arrivata la fase della contraffazione. «Nonostante mi pagassero solo trenta euro, e a volte manco quelli, nessuno mi ringraziava mai per le mie esclusive» spiegava al tempo Debenedetti, «e questo dimostra che era tutto un gioco: tutti sapevano. Solo che si comportavano come se non gli interessasse».

Quello di Debenedetti al El País è il resoconto di un sistema compromesso, in cui «falsificazione e settarismo sono gli elementi fondamentali». E lui? «Io mi sono semplicemente prestato a questo gioco, per poter lavorare, e ho giocato fino alla fine per denunciare lo stato di queste cose». 

Questo atteggiamento di sfida nei confronti del sistema informativo è valso a Debenedetti una citazione nel saggio del 2015 Note sulla morte della cultura –  nel quale lo scrittore Mario Vargas Llosa lo definiva «un eroe della civiltà dello spettacolo» – ma mai alcuna sanzione. Philip Roth ha infatti rinunciato a fare causa all’italiano, a suo dire perché sarebbe stato troppo impegnativo per lui («Ci sarebbero voluti due anni e molti viaggi in Italia», aveva spiegato lo scrittore al New Yorker, «Mi distrarrebbe dalla mia scrittura e, peggio ancora, diventerebbe un’ossessione») e nulla ha potuto nemmeno l’ordine dei giornalisti, dal momento che Debenedetti non risultava iscritto nell’albo professionale. Ironicamente, proprio Debenedetti aveva invece minacciato una querela nei confronti del noto scrittore, ma questa non ha avuto alcun seguito giudiziario.

L’intervista a Debenedetti si concludeva con la promessa che la sua carriera da falsario non si sarebbe esaurita con le interviste contraffatte sui giornali, ma che il suo obiettivo era quello di diventare «​​il campione italiano della menzogna».

Il trasformismo su Twitter

E infatti la carriera di Debenedetti nella disinformazione era tutt’altro che terminata, perché gli anni Dieci del Duemila hanno segnato la definitiva ascesa dei social media e il nostro protagonista non si è fatto scappare questa opportunità. 

A partire dal 2011 sono così iniziati a spuntare su Twitter strani account creati per impersonare figure di spicco dell’attualità, accompagnati da biografie convincenti e tweet di benvenuto per i follower. A distanza di pochi giorni, quegli stessi account finivano per fare un annuncio ufficiale di grande impatto, prima di cambiare identità e ricominciare tutto da capo. I follower guadagnati durante queste incursioni si sommavano di volta in volta e, come spiegato da Business Insider, includevano immancabilmente account ufficiali di politici e profili di giornalisti, particolare che rendeva sempre più difficile identificare gli account falsi. 

Il ciclo si concludeva quando sugli account compariva la frase: «This account is hoax created by Tommasso Debenedetti [sic]» (in italiano, «Questo account è un falso creato da Tommaso Debenedetti»).

Nel 2017 Debenedetti ha “interpretato” Françoise Nyssen, allora ministra della cultura francese

È l’ultima trovata di Tommaso Debenedetti, quella con cui sperava di diventare una volta per tutte il «campione italiano della menzogna» e la strategia sembra sorprendentemente funzionare. 

Tutte le identità del falsario

Il primo a farne le spese era stato nel 2011 lo scrittore Henning Mankell, che aveva smentito di essere su Twitter dopo alcuni articoli della stampa svedese. Fu poi il turno del cardinale Tarcisio Bertone, al tempo segretario di Stato vaticano, che qualche giorno dopo essere apparentemente sbarcato su Twitter annunciò la presunta morte di papa Benedetto XVI e del ministro delle Finanze spagnolo Cristóbal Montoro, e che da un account giunto ormai a oltre 3 mila follower comunicò la notizia del (falso) decesso del regista Pedro Almodovar.

Su Twitter Debenedetti ha vestito i panni di centinaia di personalità pubbliche, ottenendo brevemente la spunta blu del social network (il segno di riconoscimento che permette agli utenti di sapere che un account di interesse pubblico è autentico) per i falsi account dell’allora ministro degli Esteri tedesco – oggi presidente della Repubblica federale – Frank-Walter Steinmeier e dell’ex presidente del Consiglio italiano Mario Monti. Parlando con il Guardian, nel 2012, Debenedetti aveva spiegato che «Twitter funziona bene con le morti» e che «i social media sono la fonte di informazione meno verificabile al mondo», aggiungendo che i mezzi di comunicazione tradizionale continuano a cascare nei suoi falsi «a causa della loro necessità di velocità».

Nel corso degli anni, Debenedetti ha “ucciso” via social le scrittrici Svetlana Aleksievič, JK Rowling ed Elena Ferrante, lo scrittore Cormac McCarty, il regista Costa-Gavras e l’ex presidente afghano Hamid Karzai (al momento in cui scriviamo queste personalità sono ancora tutte in vita). Ha assegnato il premio Nobel per la letteratura 2021 ad Annie Ernaux (andato in realtà ad Abdulrazak Gurnah) e ha fatto impennare il prezzo del petrolio, dopo che un suo tweet che annunciava la morte del presidente siriano Assad era stato ripreso dai media di mezzo mondo (alla data del 21 febbraio 2022 Bashar al-Assad è ancora il presidente della Siria). Ha ottenuto la pubblicazione di lettere aperte, spacciandosi per Umberto Eco e per Paco Ignacio Taibo. È costato un’aspra contestazione degli intellettuali argentini a Vargas Llosa, dopo che da una pagina Facebook creata a suo nome aveva criticato la presidenza Kirchner. E ha fatto tutto questo beffando testate giornalistiche come il New York Times, Associated Press, Le Figaro, Guardian e Neue Zürcher Zeitung, che hanno in qualche misura ripreso o riportato le notizie false veicolate da Debenedetti.

L’ultima impresa di Debenedetti risale all’ottobre del 2021, quando un suo fake da 14 mila follower era finito sul sito della Bbc nei panni del fresco vincitore del premio Nobel Abdulrazak Gurnah. Quel profilo ha poi twittato la (falsa) notizia della morte del poeta Wole Soyinka, prima di reincarnarsi nell’account del vice-primo ministro polacco Henryk Kowalczyk

Solo il tempo ci dirà quale sarà la prossima avventura di Debenedetti, ma la storia del falsario di interviste e delle sue mille identità sembra ancora molto lontana dalla fine.

In conclusione

Tommaso Debenedetti è tra i più prolifici diffusori di disinformazione in Italia, ma anche uno dei più creativi. La sua storia è iniziata agli albori del Duemila come giornalista culturale freelance, ruolo nel quale aveva finto di intervistare alcune tra le personalità più prestigiose e ricercate del tempo. 

La sua carriera da falsario sembrava essere terminata il 26 febbraio del 2010 dopo che, quasi per caso, una giornalista di Repubblica ha provato ad approfondire alcune dichiarazioni rilasciate a Debenedetti dallo scrittore americano Philip Roth. Da quel momento in poi, Debenedetti si è dedicato alla disinformazione sui social media, grazie alla quale è riuscito a beffare testate giornalistiche come New York Times, Associated Press, Le Figaro, Guardian e Neue Zürcher Zeitung.

L’ultima impresa di Debenedetti risale all’ottobre del 2021, quando è riuscito a convincere la Bbc di essere il premio Nobel per la letteratura Abdulrazak Gurnah. La missione di Debenedetti è quella di diventare «il campione italiano della menzogna» e le sue sortite sembrano ben lungi dall’essere terminate.

Ti è piaciuto l'articolo?

Lascia un commento

× WhatsApp