La Francia vieta l’abaya e la disinformazione aumenta la discriminazione - Facta
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La Francia vieta l’abaya e la disinformazione aumenta la discriminazione

Di Anna Toniolo

Domenica 27 agosto 2023, pochi giorni prima dell’inizio del nuovo anno scolastico in Francia avviato il 4 settembre, il ministro dell’Educazione nazionale e della gioventù Gabriel Attal ha annunciato il divieto di indossare l’abaya, cioè una tradizionale tunica utilizzata da alcune donne musulmane, alle studentesse di fede islamica tra i 6 e i 18 anni. 

Attal ha argomentato questa decisione sostenendo che la veste è contraria alla laicità dello Stato, principio evidenziato dal primo articolo della Costituzione francese, e che per questo motivo non potrà più essere indossata a scuola. 

Il provvedimento ha scatenato un acceso dibattito nel Paese, e se  la destra ha accolto con soddisfazione il provvedimento, la sinistra si è invece divisa sull’argomento, appellandosi al principio della libertà personale. Il divieto di indossare la lunga veste tradizionale, però, non è il primo di questo tipo in Francia. Nel 2004, infatti, in tutte le scuole era stata vietata l’esposizione di simboli religiosi come crocifissi, kippah (un tipico copricapo maschile ebraico) e il velo islamico. 

La decisione più recente è arrivata dopo mesi di discussioni rispetto al crescente utilizzo da parte delle studentesse dell’abaya e la questione era già stata sollevata dal sindacato del personale direttivo scolastico, Snpden, che aveva parlato di minaccia alla laicità della scuola, ma anche dalla destra conservatrice. Nel 2022 l’allora ministro dell’Istruzione, Pap Ndiaye, aveva pubblicato una circolare in cui lasciava ai dirigenti dei singoli istituti la libertà di decidere se questi abiti avessero una ben definita connotazione religiosa o fossero semplicemente una forma di espressione culturale. Una posizione che però era stata ritenuta troppo misurata e lassista, in particolare dall’opposizione di destra e di estrema destra.  

Il 5 settembre la decisione è stata portata di fronte al Consiglio di Stato, cioè il più alto dei tribunali francesi di ordine amministrativo, su richiesta di Action Droits des Musulmans (ADM), organizzazione fondata nel 2015 che lotta contro le misure che considera “islamofobe”. L’ADM ha chiesto la sospensione della misura che vieta di indossare l’abaya e il qamis, cioè suo corrispettivo maschile, nell’area scolastica. I giudici del Consiglio di Stato hanno di norma quarantotto ore per pronunciarsi e la decisione dovrebbe quindi arrivare nel pomeriggio di giovedì 7 settembre.

Oltre alle polemiche, la notizia del divieto dell’abaya nelle scuole francesi ha riportato a galla diverse notizie false (e spesso discriminatorie) che riguardano l’abbigliamento che molte donne musulmane decidono di indossare come il “velo islamico” o, appunto, l’abaya

L’abaya è un indumento religioso?
In molti casi, la disinformazione passa dall’incapacità di riconoscere che cosa è davvero un simbolo religioso o culturale e che cosa non lo sia. Cécile Duflot, ambientalista ed ex ministra francese per lo sviluppo territoriale, ha pubblicato su X la foto di un lungo vestito nero e verde, chiedendo perché dovrebbe essere visto come «un attacco alla laicità». Tra i commenti, un utente del social media ha risposto dicendo che una ragazza indosserebbe un vestito così «brutto» solo per motivi religiosi e a quel punto Duflot ha rivelato che l’abito non era in realtà un abaya, ma un abito di seta firmato Gucci che costa di norma circa tremila euro.

Per evitare la confusione e la diffusione di notizie false, è quindi importante chiarire cos’è e cosa rappresenta questo indumento. 

La parola araba abaya significa “toga”, “mantello” e indica un indumento coprente, spesso ampio e leggero, che avvolge tutto il corpo a eccezione di testa, mani e piedi e rappresenta un indumento tradizionale. 

Nel suo “Dizionario dettagliato dei nomi degli abiti tra gli arabi” del 1845, lo studioso olandese Reinhart Dozy lo definì come «l’abito caratteristico dei beduini di quasi tutti i tempi». Una veste semplice e modesta che si diffuse nei Paesi del Golfo Persico e dintorni, ma che nell’immaginario occidentale è associato soprattutto all’Arabia Saudita, dove è stato obbligatorio fino al 2018 per tutte le donne. Ciò spesso collega (erroneamente) l’abito con l’Islam più radicale.  

In seguito alla decisione del governo francese di vietare l’indumento nelle scuole, il Consiglio francese della fede musulmana (Cfcm), che rappresenta diversi gruppi musulmani in Francia, ha evidenziato che l’abaya «non è un indumento religioso» e che nessun testo di riferimento all’Islam evoca qualsiasi tipo di abaya. Inoltre, lo stesso ente ha fermamente ribadito che «in nome della laicità e del principio di separazione delle religioni e dello Stato, il Consiglio contesta che un’autorità secolare possa definire ciò che è o non è religioso al posto delle autorità religiose di un determinato culto». Il Consiglio ha infine sottolineato la pericolosità di confondere il significato di questo indumento, evidenziandoi rischi di stigmatizzazione e discriminazione per le giovani ragazze, in quanto non esiste una definizione chiara o criteri oggettivi per definire l’abaya. Il termine, infatti,  si riferisce solo a un abito lungo o un mantello che può assumere forme diverse e varie e questo rischia che i criteri per definire cosa sia o non sia un abaya diventino totalmente arbitrari.     

Velo islamico: come si chiama?
Uno degli errori più comuni in tema di abbigliamento islamico è quello di utilizzare termini imprecisi per indicare tipologie di velo differenti, ma è altrettanto diffusa anche l’abitudine di definire con il termine “burqa” tutti i tipi di velo, spesso con intento discriminatorio. Nella tradizione islamica esistono più tipologie di velo, che assumono nomi differenti. 

Hijab è il termine generico per il velo islamico, copre i capelli e il collo, ma non il viso ed è quello che siamo più abituati a vedere indosso alle donne musulmane che decidono di coprirsi il capo. Con il termine chador, invece, si indica una stoffa semicircolare, in genere di colore nero – ma non solo –  che copre la testa e il corpo, lasciando però scoperto il viso ed è diffuso soprattutto in Iran. E ancora, il niqab è un velo che copre la testa e il viso, ma non gli occhi. Il niqab generalmente copre soltanto il volto, fermandosi all’altezza delle spalle e per questo motivo, nella maggior parte dei casi, viene indossato insieme ad abiti lunghi. Infine, il burqa, invece, è il velo integrale che copre il corpo dalla testa ai piedi, compresi gli occhi, che vengono schermati da una griglia di stoffa. Quest’ultimo non è tanto diffuso quanto l’hijab, ma è usato prevalentemente in Pakistan e in Afghanistan, dove i talebani l’hanno reso nuovamente obbligatorio per tutte le donne nel 2022.

Ecco perché utilizzare il termine burqa per tutte le tipologie di velo è errato.

Varie tipologie di velo islamico. Elaborazione immagine Facta.news

“Arabi” e “musulmani” non sono sinonimi
Un altro luogo comune errato, utilizzato spesso per generalizzare in modo discriminatorio, è quello che utilizza “arabi” e “musulmani” come sinonimi. Non tutti gli arabi sono musulmani, non tutte le donne arabe portano il velo, ma nemmeno tutte le donne musulmane.  

La popolazione musulmana nel mondo è di circa due miliardi di persone che hanno nazionalità e culture molto diverse tra loro. L’Islam, infatti, è diffuso in molti Paesi del mondo, dall’Indonesia all’Africa occidentale, passando per diversi Stati del sud ovest asiatico. Solo circa il 20 per cento dei musulmani nel mondo vive, infatti, nei cosiddetti “Paesi arabi”. Il termine “arabo” infatti è molto generico e indica, nell’insieme, tutti coloro che hanno come lingua madre l’arabo. Nell’uso moderno, il termine abbraccia i popoli di lingua araba che vivono nella vasta regione che va dalla Mauritania, all’Iran sudoccidentale, compreso il Nord Africa, la Penisola Arabica, Siria e Iraq. Non è, quindi, possibile dire che tutti gli arabi sono musulmani perché tra le persone che vivono in queste zone del mondo sono diffuse altre religioni come, ad esempio, il cristianesimo. Inoltre, non è possibile sostenere che tutti i musulmani sono arabi perché, come già chiarito, l’Islam è una religione molto diffusa nel mondo e per questo motivo ci saranno musulmani arabi, ma anche filippini, pakistani, indonesiani, eccetera. 

Infine, è importante chiarire che il fatto che una donna indossi l’hijab dipende dalle interpretazioni della legge islamica, dalla posizione geografica, dal diritto civile e, soprattutto, dalla scelta personale. In un’intervista pubblicata sulla testata The Bottom Up nel 2017 la fumettista e graphic journalist italo-tunisina Takoua ben Mohamed aveva rifiutato la lettura di chi considera il velo un simbolo di sottomissione, descrivendolo nella sua esperienza personale come sinonimo di indipendenza, che ha temprato il suo carattere fino a renderla «cocciuta e determinata» nonostante sia stato «causa di diverse discriminazioni e pregiudizi sulla mia persona». Nel mondo occidentale, infatti, la scelta di indossare l’hijab, anche se libera, viene spesso presentata come simbolo di oppressione, oltre a scatenare sentimenti di paura legati all’islamofobia e addirittura leggi considerate da alcuni islamofobiche, come quella che vieta l’abaya nelle scuole francesi.

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