Il debunking dei 1.107 “scienziati” che negano l'emergenza climatica - Facta
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Il debunking dei 1.107 “scienziati” che negano l’emergenza climatica

Il clima è uno degli argomenti di cui più spesso si è parlato durante quest’estate, sia online che offline. Negli ultimi mesi abbiamo rilevato diversi filoni narrativi appartenenti alla disinformazione in tema cambiamento climatico, sia in Italia che all’estero. Le diverse narrative, veicolate tramite notizie false, vogliono convincere che il cambiamento climatico non esiste o che non dipende dalle attività umane o, ancora, che le energie rinnovabili, l’elettrico o la raccolta differenziata siano in realtà processi inutili o dannosi.

Il primo filone, quello più apertamente negazionista, è oggi tra i più corposi ed è degli ultimi giorni la notizia di un documento, diventato virale soprattutto sui social network, che dimostrerebbe l’inesistenza dell’emergenza climatica. Stando a chi l’ha condiviso, sarebbe stato redatto da «1.100 scienziati». 

Nel documento, intitolato “There is no emergency”, si legge che l’aumento delle temperature registrato negli ultimi anni sulla Terra sarebbe del tutto normale, che gli studi sul riscaldamento globale sarebbero inaffidabili, che la CO2 non avrebbe alcun ruolo inquinante e che i disastri naturali non sarebbero collegabili ai cambiamenti climatici. 

Si tratta, in tutti i casi, di tesi tipiche dei negazionisti del clima e di informazioni false e fuorvianti, pericolose per la salute del nostro Pianeta. Facciamo poi sin da subito un’importante precisazione: i firmatari del documento non sono tutti scienziati e nemmeno tutti climatologi. Rientrano nell’elenco, infatti, figure professionali di vario titolo e non per forza collegate né al mondo della scienza, né a quello della ricerca sul cambiamento climatico. 

Capiamo meglio di che cosa stiamo parlando e perché le informazioni riportate sono errate.

“There is no climate emergency”
Il documento diventato virale negli ultimi giorni, e oggetto della nostra analisi, è scritto in lingua inglese e intitolato “There is no emergency” (in italiano, “Non c’è alcuna emergenza”). 

È stato redatto dal Climate Intelligence Group (Clintel), una fondazione indipendente che, stando a quanto riportato sul proprio sito, «opera nei settori del cambiamento climatico e della politica climatica». Clintel è nata nel 2019, fondata dal professore di geofisica Guus Berkhout e dal giornalista Marcel Crok. Secondo quanto scoperto da Brendan DeMelle di Desmog (blog che approfondisce diverse tematiche collegate al clima e riscaldamento globale) Clintel avrebbe dei legami con l’industria dei combustibili fossili e con think thank di destra, molti già noti per aver portato avanti diverse campagne di disinformazione sul clima.

There is no emergency” è un documento lungo complessivamente 38 pagine ma, dal punto di vista contenutistico, è per lo più occupato dall’elenco dei firmatari, suddivisi per Paese. Solamente due pagine sono, invece, dedicate al clima. 

In una vengono riassunti i sei principali punti che Clintel intende sottolineare per denunciare l’assenza di un’emergenza climatica (li esamineremo tra poco). Nella seconda pagina dedicata al clima, è invece presente un’immagine artificiale che mostra un paesaggio (visibilmente modificata per rendere più luminose alcune parti), accompagnata da un breve paragrafo di testo che critica i modelli climatici e la loro affidabilità.

Chi sono i firmatari
There is no emergency” è stato sottoscritto da 1.107 persone, provenienti da diversi Stati; 168 firmatari sono italiani. Sui social network, dove il testo è diventato particolarmente virale e ha ricevuto un discreto successo, si parla di «scienziati». 

In realtà, le cose sono ben diverse: oltre a esserci diversi firmatari che non appartengono in alcun modo al mondo della scienza, anche quelli che vi appartengono non è detto siano climatologi e che, quindi, si occupino di clima o abbiano redatto degli studi affidabili in materia. Per intenderci: così come non tutti i medici sono anche ortopedici, non tutti gli scienziati sono anche climatologi.

Guardando al nostro Paese, ad esempio, i firmatari sono per lo più professori, docenti, fisici, astrofisici, ingegneri e qualche geologo. Non manca però chi si è identificato come il «fondatore di gruppi Facebook» dedicati all’ambiente, i liberi professionisti del settore idraulico, i geometri e anche dei comuni lettori o pensionati. 

Complessivamente sono 41 i Paesi coinvolti, dall’Australia agli Stati Uniti. Dando un’occhiata ai firmatari degli altri Paesi, emerge come la varietà dei settori professionali coinvolti non sia una prerogativa solo italiana, ma comune anche agli altri Stati. In diversi casi ci sono professioni che hanno poco o nulla a che fare con la scienza dei cambiamenti climatici. Infine, è importante precisare che parte dei firmatari sono in qualche modo legati a multinazionali operanti nel settore dell’estrazione di idrocarburi (e, quindi, non imparziali negli interessi).

Fatta chiarezza sul documento, passiamo alla sua analisi.

Natura, uomo e riscaldamento globale
Secondo Clintel il clima della Terra è sempre stato variabile, «con fasi naturali fredde e calde» e «non sorprende che ora stiamo vivendo un periodo di riscaldamento». In realtà, le cose sono più complesse di così.

Se è vero, come abbiamo già raccontato, che delle variazioni della temperatura terrestre sono state registrate anche in passato, bisogna però tenere conto che l’aumento delle temperature degli ultimi anni è eccezionale. Come ricostruito dalla Nasa, l’attuale riscaldamento sta avvenendo ad un ritmo mai visto negli ultimi 10mila anni.

Stando all’ultimo rapporto dell’agenzia federale americana che si occupa di oceanografia, meteorologia e climatologia (Noaa), dal 1880 la temperatura terrestre è cresciuta di 0,08°C per decennio, ma dal 1981 la crescita è passata a 0,18°C. Inoltre, secondo i dati forniti, ancora una volta, dalla Nasa, tra il 2000 e il 2014 la temperatura della Terra è aumentata ogni anno rispetto alle temperature medie registrate tra il 1951 e il 1980. Diciotto dei diciannove anni più caldi della storia del Pianeta sono avvenuti dopo il 2000.


La crescita della CO2 nell’atmosfera dopo la rivoluzione industriale. Fonte: Nasa

Ribadiamo, infine, che la responsabilità dei cambiamenti climatici è, stando alle Nazioni Unite, soprattutto delle attività umane che, con le proprie attività quotidiane, causa «pericolosi e diffusi sconvolgimenti nella natura» che «colpiscono la vita di miliardi di persone in tutto il mondo». Della stessa opinione è anche la comunità scientifica, ma ci arriveremo tra poco.

Quanto ne sappiamo sul riscaldamento globale
Secondo Clintel «il mondo si è riscaldato significativamente meno di quanto previsto dall’IPCC», il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite. «Il divario tra il mondo reale e il mondo modellato ci dice che siamo lontani dalla comprensione del cambiamento climatico». Inoltre, le politiche climatiche si baserebbero su «modelli inadeguati» con «molte carenze» che «esagerano l’effetto dei gas serra» e ignorano i benefici della CO2.

In realtà, gli studi sul cambiamento climatico sono affidabili e la loro veridicità è sempre più confermata. 

I modelli climatici a cui Clintel fa riferimento sono indispensabili per elaborare gli scenari climatici, ipotizzando così l’evoluzione del clima sia a livello regionale che mondiale. Oggi questi sistemi sono molto affidabili e lo dimostra il confronto tra i dati climatici reali (e, dunque, quelli effettivamente registrati “dal vivo” in un dato periodo) con i dati precedentemente elaborati dai modelli. 

Facciamo un esempio: uno studio realizzato nel 2019 da ricercatori della University of California, del Massachusetts Institute of Technology e della Nasa ha mostrato che, in generale, i modelli sull’evoluzione del clima hanno previsto con precisione il riscaldamento globale degli ultimi 50 anni. Per farlo, sono stati elaborati i dati estrapolati da 17 modelli utilizzati tra il 1970 e il 2007 ed è emerso che il clima è effettivamente cambiato in quella direzione. Guardando al futuro, i modelli sono sempre più affidabili, anche perché sviluppati con tecnologie di ultima generazione.

Per quanto riguarda, in particolare, la presunta inaffidabilità delle previsioni dell’Ipcc, si tratta di critiche spesso mosse all’organizzazione e finalizzate a screditarne l’operato. Nel 201o il The Guardian aveva indagato il fenomeno, trovando un (forse due, ma non vi era certezza per il secondo) possibile errore all’interno di un report. Si trattava di una proiezione errata sull’erosione dei ghiacciai, ma era un errore di fonte: chi aveva redatto il report non aveva utilizzato i dati corretti pubblicati precedentemente dall’Ipcc, ma un’altra fonte che non si era dimostrata inaffidabile.

D’altra parte, come raccontato sempre dal The Guardian, i modelli climatici sono molti (oltre a quelli dell’Ipcc, ci sono, ad esempio, quelli del National Center for Atmospheric Research degli Stati Uniti, quelli del Geophysical Fluid Dynamics Laboratory o del Met Office del Regno Unito), spesso diversi gli uni dagli altri e interessati a studiare fenomeni differenti, il che può causare confusione o poca fiducia agli occhi del pubblico. Molto dipende dall’argomento della ricerca, ma sull’esistenza dei cambiamenti climatici e del riscaldamento globale i modelli climatici sono affidabili. Come hanno raccontato studiosi e ricercatori al The Guardian, la solidità di questi modelli è data dal fatto che sono basati su regole e calcoli matematici, delle vere e proprie equazioni in grado di descrivere i flussi d’aria e i rapporti tra il riscaldamento del Sole e la capacità della Terra di inviare parte di quel calore nello Spazio. 

Non mancano poi i casi in cui la complessità dei modelli climatici (come, ad esempio, il dover tenere conto di numerosi aspetti legati a diversi settori della natura – ghiacci, temperature, permafrost, nuvole) li rende meno precisi. Un esempio sono i modelli climatici sui cambiamenti nelle nuvole, ancora troppo complessi per essere modellati accuratamente a causa delle piccole dimensioni delle particelle o dell’enorme distanza.

Il ruolo della CO2
Se è vero, come sostenuto da Clintel, che l’anidride carbonica è «essenziale» per la vita sulla Terra, bisogna però chiarire che cosa si intende con sostanza «inquinante». Per Clintel la CO2 non lo è. 

Di per sé, nessuna sostanza è inquinante fino a quando non nuoce alla vita o altera in maniera significativa le caratteristiche fisico-chimiche dell’ambiente. Sulla Terra la CO2 contribuisce al riscaldamento globale, non fa solo del bene alle piante e all’agricoltura, come erroneamente sostenuto dai firmatari del documento che stiamo analizzando.

Ricordiamo infatti che le emissioni di CO2 sono tra le principali cause della crisi climatica in corso, tanto che recentemente si è tornati a parlare della possibilità di catturare e stoccare la CO2 emessa per rimuoverla dall’atmosfera. 

Il ruolo della CO2 è infatti particolarmente significativo perché fa parte dei cosiddetti gas serra, che occupano la parte medio-bassa dell’atmosfera. Qui l’anidride carbonica, insieme al metano, agli ossidi di azoto e ai gas fluorurati, lascia passare i raggi solari, ma assorbe le radiazioni emesse dalla Terra, trattenendole. In questo modo incide sull’aumento della temperatura della superficie del nostro Pianeta.

In condizioni normali l’attività della CO2 è fondamentale perché contribuisce alla creazione di una temperatura terrestre che permette la vita. In sua assenza, il nostro clima sarebbe molto più freddo. Oggi, però, l’accumulo di CO2 è tale da imprigionare quantità di calore troppo alte, rendendo il nostro Pianeta simile ad una serra. Come riportato dalla Commissione europea, «nel 2020 la concentrazione di CO2 nell’atmosfera superava del 48 per cento il livello preindustriale (prima del 1750)».

Sono le attività umane le principali responsabili di questa situazione: gli alti tassi di crescita dell’anidride carbonica sono in gran parte legati ai fenomeni di combustione utilizzati per le attività umane, principalmente per gli autoveicoli e la produzione di energia elettrica. L’attività di deforestazione, l’allevamento di bestiame, i fertilizzanti azotati e i gas fluorurati sono, insieme all’attività umana, gli altri principali responsabili dell’aumento delle emissioni.

Riscaldamento globale e disastri naturali
Secondo Clintel, «non ci sono prove statistiche che il riscaldamento globale stia intensificando gli uragani, inondazioni, siccità e simili calamità naturali, o rendendole più frequenti». Al contrario, vi sarebbero «ampie prove del fatto che le misure di mitigazione della CO2 siano tanto dannose quanto costose». Anche qui, qualcosa non torna. 

Ad ottobre 2020 l’Un Office on disaster risk reduction (Undrr), l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa del contrasto alle catastrofi naturali, ha pubblicato un report di denuncia in cui veniva riportato un decisivo aumento dei disastri naturali che negli ultimi venti anni si sono verificati sulla Terra. Dalle 4.212 calamità naturali registrate tra il 1980 e il 1999, alle 7.348 tra il 2000 e il 2019. I dati mostrano, stando all’Undrr, come gli «eventi meteorologici estremi siano arrivati a dominare il panorama delle catastrofi nel 21° secolo». 

Il rapporto individuava nel cambiamento climatico il maggiore responsabile dell’incremento dei disastri naturali, con una crescita che  negli ultimi venti anni ha riguardato soprattutto le grandi inondazioni (pari al 40 per cento del totale degli eventi), i temporali (28 per cento), gli incendi e la siccità.

Ma non solo: secondo il Global Assessment Report 2022 stilato dall’Onu, il mondo dovrà affrontare in media nel 2030 ogni anno circa 560 disastri naturali, contro i circa 400 del 2015. Stando a quanto riportato, «le azioni umane continuano a spingere il pianeta verso i suoi limiti esistenziali ed ecosistemici» e «l’intensificarsi degli impatti dei cambiamenti climatici» contribuisce a rendere meno sicura la vita sul nostro Pianeta.


Numero di eventi catastrofici 1970–2020 e aumento previsto 2021–2030. Fonte: Undrr

Per quanto riguarda, invece, le «dannose» e «costose» misure di mitigazione della CO2 denunciate da Clintel, si tratta di un discorso ampio e complesso. 

Prendendo, ad esempio, il caso dello stoccaggio della CO2, è vero che si tratta di una tecnologia controversa con vantaggi e svantaggi. Se, da un lato, sembra una buona soluzione per ridurre l’emergenza climatica, dall’altra incontra diversi limiti (i costi, i processi e l’efficienza) e, dal punto di vista della produzione di energia, è incapace di reggere il confronto con le energie rinnovabili.

L’emergenza climatica esiste
Infine, i firmatari del documento che stiamo analizzando concludono sostenendo che «non c’è emergenza climatica. Pertanto, non c’è motivo di panico e allarme» ed esprimono la propria contrarietà per una politica zero-CO2 entro il 2050.

Al contrario, il cambiamento climatico esiste. I dati scientifici che provengono sia da fonti naturali (come i ghiacci, le rocce e gli alberi) che da apparecchi moderni (come i satelliti) mostrano i segnali del cambiamento climatico in corso. D’altra parte, l’aumento delle temperature che abbiamo vissuto negli ultimi anni insieme alle sempre più frequenti notizie relative allo scioglimento delle calotte glaciali provano che il nostro Pianeta si sta riscaldando.

Stando alla scienza, è ormai innegabile che le attività umane hanno prodotto i gas atmosferici responsabili di intrappolare una quantità eccessiva di energia solare all’interno del  sistema terrestre, il che ha riscaldato l’atmosfera, l’oceano e la Terra stessa, portando a rapidi e diffusi cambiamenti sul nostro Pianeta. 

Come ricostruito da Inside climate news, uno studio del 2013 ha mostrato che circa il 97 per cento delle pubblicazioni scientifiche sui cambiamenti climatici era d’accordo su un punto: il cambiamento climatico sta avvenendo e ciò accade con una velocità maggiore rispetto a quanto dettato dalla natura. Il motivo di questa rapidità è l’attiva degli esseri umani. Nel 2021 uno studio pubblicato sulla rivista Environmental Research Letters ha analizzato oltre 88 mila studi e dimostrato che il 99,9 per cento di essi giungeva alla stessa conclusione: il cambiamento climatico c’è e l’uomo è il principale responsabile.

In conclusione
Ad agosto 2022 è diventato virale sui social network un documento stilato dalla fondazione Clintel che, con un riassunto in sei punti, vuole negare l’esistenza di un’emergenza climatica. In realtà, i diversi argomenti a supporto di questa tesi sono fuorvianti o errati.

Il cambiamento climatico esiste e la scienza concorda su questo punto. La crescita delle temperature registrate sul nostro Pianeta non può considerarsi un fenomeno naturale, ma è direttamente influenzato dall’attività umana e ha raggiunto cifre mai toccate prima. I modelli climatici sono affidabili e si stanno dimostrando, negli anni, veritieri.

È errato sostenere che la CO2 non svolga un ruolo inquinante, essendo tra le responsabili dell’effetto serra e dell’innalzamento delle temperature del Pianeta. Tra le conseguenze dell’emergenza climatica ci sono anche i disastri ambientali che colpiscono, sempre più spesso, la Terra e la sua popolazione.

Il documento, dunque, riporta una serie di informazioni errate o fuorvianti, nonché pericolose per la salute del nostro Pianeta. Precisiamo, infine, che i firmatari non sono tutti climatologi, né tutti scienziati. Ci sono figure professionali molto lontane dalla scienza ed esponenti di multinazionali operanti nel settore degli idrocarburi.

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